Qualcuno informi il Presidente Stefano Mei

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Hanno suscitato non poche critiche le modalità con le quali il Presidente della Fidal Stefano Mei ha deciso di pubblicare sul sito della Fidal il testo dell’Ordinanza con la quale il Giudice per le Indagini Preliminari di Bolzano Walter Pelino ha determinato il non luogo a procedere nei confronti di Alex Schwazer.

Prassi vorrebbe, infatti, che il documento sia preceduto da due semplici, asettiche righe del tipo: “a seguito dell’interesse suscitato nell’opinione pubblica, riteniamo opportuno pubblicare il testo integrale dell’Ordinanza ecc. ecc.Stefano Mei invece, non certo per il fatto di essere amico personale di Sandro Donati, né per quello di essersi già espresso, pur in via riservata, nel merito, ha preferito soffermarsi in commenti che, per la delicatezza del ruolo che ricopre, avrebbe fatto meglio a tenere per sé.

Non tanto perché non sia opportuno far sentire vicinanza ad un atleta sottoposto ad un doloroso, difficile momento della sua vita. Anzi l’espressione di solidarietà, i vertici di Associazioni e Federazioni Sportive, dovrebbero farla sentire sempre quando un loro tesserato viene sottoposto ad un giudizio, sia sportivo che penale.

Solidarietà, beninteso, nel senso di esprimere pubblica fiducia che l’interessato possa dimostrare la propria innocenza. Solidarietà nel senso di vicinanza che ha il dovere, troppo spesso trascurato, di trasformarsi in concreto riconoscimento morale e materiale per l’interessato, qualora egli sia del tutto scagionato, sia dalla giustizia sportiva, che penale.

Non è il caso dell’atleta di Racines, almeno per ora. Lo è invece quello di Giuseppe Fischetto, Pierluigi Fiorella e Rita Bottiglieri (con i due medici accusati proprio da A. S.), assolti in via definitiva sia dalla giustizia sportiva, che da quella penale e che, proprio per le considerazioni sopra accennate, avrebbero meritato l’attenzione della Fidal.

Nella sua premessa Stefano Mei non si è limitato ad esprimere un auspicio. Non ha proprio fatto questo. Egli ha dichiarato di aver “maturato la convinzione che la vicenda della seconda positività di A.S. poggi le sue basi su fatti e circostanze prive della doverosa consistenza” e che “la condanna sportiva per i fatti del 2016 è da mettere in discussione”, concludendo che il suo “auspicio è che questa storia dolorosa anche per la federazione, possa essere ricondotta su binari di equilibrio e correttezza e che tutto ciò che oggi è nell’ombra possa venire alla luce”.

Con ciò assumendo una posizione che, per la rappresentanza dell’intero movimento atletico che la funzione di Presidente riveste, ha fatto venir meno, pur senza dichiarazioni esplicite, il dovere di terzietà della federazione stessa tra la posizione dell’indagato, ora prosciolto sul piano penale, e le organizzazioni internazionali del mondo Atletico, WA (ex IAAF) della quale Fidal è membro, e WADA della quale Fidal è firmataria del codice mondiale antidoping, pesantemente chiamate in causa dall’Ordinanza di Pelino.

Purtuttavia, per quanto assai discutibili, quelle espressioni si sarebbero potute accettare se il Presidente della Fidal avesse fatto presente che non necessitano mobilitazioni popolari affinché la condanna sportiva per i fatti del 2016 sia messa in discussione; è sufficiente il ricorso alla Corte Federale Svizzera. Augurandosi, per le considerazioni espresse, che tale via sia adita dall’Atleta.

Troviamo davvero singolare che Stefano Mei non vi abbia fatto riferimento dal momento che quella è l’unica strada attraverso la quale il verdetto sportivo può essere riformato, sempre che l’interessato vi ricorra, forte del pronunciamento del GIP Pelino, secondo il quale l’alto grado di probabilità che una manipolazione possa accadere equivale alla certezza che sia accaduta.

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